Settembre: non soltanto un ritorno alla routine

Settembre rappresenta per molte persone un nuovo inizio.

Le vacanze terminano, riaprono scuole, uffici e numerose attività; tornano gli spostamenti quotidiani, gli orari da rispettare, il traffico, gli appuntamenti e quella continua successione di stimoli che caratterizza soprattutto la vita nelle grandi città.

Spesso chiediamo al nostro organismo di passare rapidamente dal ritmo della pausa estiva alla piena efficienza della quotidianità.

Ma il corpo segue davvero la stessa velocità della nostra agenda?

La ripresa non riguarda soltanto l’organizzazione del tempo. È una transizione alla quale l’intero organismo deve adattarsi.

E quest’anno c’è un elemento che merita particolare attenzione: il calendario ci dice che l’estate sta finendo, ma le condizioni ambientali possono raccontare qualcosa di diverso.

Temperature elevate possono protrarsi anche nel mese di settembre. Il nostro organismo può quindi trovarsi a gestire contemporaneamente il carico termico e la ripresa di ritmi quotidiani più intensi.

Il caldo, infatti, non rappresenta soltanto una sensazione spiacevole: richiede un continuo lavoro di termoregolazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che l’esposizione a temperature elevate può esercitare un carico significativo sull’organismo e che la capacità di termoregolazione, pur essendo molto efficace, presenta limiti individuali. 

Quando gli stimoli si sommano

Immaginiamo una normale mattina di settembre.

La sveglia suona prima rispetto alle settimane precedenti.

Si esce velocemente da casa, magari dopo aver dormito poco. Si affrontano traffico, rumore, mezzi pubblici, temperature ancora elevate, notifiche sul telefono, impegni professionali e familiari.

Preso singolarmente, ciascuno di questi elementi può apparire trascurabile.

È la loro somma a essere interessante dal punto di vista biologico.

Il cervello riceve continuamente informazioni dall’ambiente e dal corpo e contribuisce a coordinare le risposte necessarie per affrontare ciò che sta accadendo.

Frequenza cardiaca, pressione arteriosa, secrezioni ormonali, disponibilità di substrati energetici, attenzione, temperatura corporea e comportamento non funzionano come compartimenti indipendenti.

Sono parti di un sistema che cerca continuamente di adattarsi.

Questa capacità di modificare la regolazione fisiologica in funzione delle richieste dell’ambiente può essere letta attraverso il concetto di allostasi: mantenere la stabilità attraverso il cambiamento.

Le ricerche contemporanee stanno progressivamente superando l’immagine dell’organismo come sistema che cerca semplicemente di ritornare sempre allo stesso punto di equilibrio. Il cervello partecipa invece a una regolazione dinamica, influenzata anche dall’esperienza e dalle richieste ambientali. 

Resilienza non significa sopportare

È proprio qui che possiamo introdurre una parola molto utilizzata, ma non sempre interpretata correttamente:

resilienza.

Essere resilienti non significa continuare a sopportare senza fermarsi.

Non significa ignorare la stanchezza.

E non significa chiedere al corpo di adattarsi indefinitamente a qualunque condizione.

Dal punto di vista delle neuroscienze, la resilienza viene oggi considerata un processo attivo e dinamico di adattamento allo stress.

Una importante review pubblicata nel 2024 su Physiological Reviews descrive la resilienza allo stress come il fenomeno attraverso cui alcune persone riescono a mantenere il proprio funzionamento nonostante l’esposizione alle avversità oppure manifestano alterazioni temporanee seguite da un recupero relativamente rapido.

Gli autori sottolineano inoltre che la resilienza non è semplicemente assenza degli effetti negativi dello stress: coinvolge processi biologici attivi di adattamento. 

Anche una review pubblicata su Neuron nello stesso anno evidenzia come la resilienza coinvolga adattamenti molecolari, cellulari e dei circuiti nervosi e non possa essere ridotta alla semplice capacità di “resistere”. 

Potremmo quindi tradurre questo concetto nella vita quotidiana con una domanda:

Quanto siamo capaci di modificare il nostro comportamento quando cambiano le richieste dell’ambiente?

Prima della stanchezza il corpo parla

Quando pensiamo allo stress immaginiamo spesso il momento in cui siamo già esausti.

Ma il corpo comunica molto prima.

Il problema è che nella velocità della vita quotidiana possiamo non riconoscere i primi segnali.

Potrebbero comparire, per esempio:

  • maggiore irritabilità;
  • difficoltà di concentrazione;
  • desiderio improvviso di alimenti molto gratificanti;
  • sensazione di fame poco tempo dopo aver mangiato;
  • tensione muscolare;
  • sonno meno ristoratore;
  • difficoltà a rallentare;
  • percezione di maggiore affaticamento;
  • variazioni della risposta glicemica nelle persone predisposte o con diabete.

Non tutti questi segnali indicano necessariamente stress e non hanno lo stesso significato in ogni persona.

Ed è proprio questo il punto.

Ascoltare il corpo significa imparare a riconoscere il proprio cambiamento rispetto alla propria condizione abituale.

Ho fame oppure ho bisogno di recuperare?

Uno degli esempi più interessanti riguarda la fame.

Dopo una giornata intensa possiamo percepire un forte desiderio di mangiare e interpretarlo immediatamente come una richiesta energetica.

Ma fame, appetito e comportamento alimentare sono regolati da sistemi molto più complessi.

Sonno, stress, emozioni, abitudini, disponibilità del cibo, segnali metabolici e contesto ambientale interagiscono continuamente.

Prima di cercare qualcosa da mangiare potremmo quindi provare a introdurre una piccola domanda:

“Di che cosa ha bisogno il mio corpo in questo momento?”

Cibo?

Acqua?

Una pausa?

Movimento?

Silenzio?

Sonno?

Riduzione degli stimoli?

Non significa ignorare la fame, ma imparare a distinguerne meglio i segnali.

Anche la glicemia può raccontare qualcosa del contesto

La regolazione glicemica offre un esempio particolarmente interessante dell’integrazione tra sistemi.

La glicemia non dipende esclusivamente dai carboidrati introdotti con il pasto.

Ormoni controregolatori, attività fisica, sonno, stress, farmaci, stato metabolico e numerosi altri fattori possono contribuire alla risposta glicemica.

Per questo due giornate alimentarmente molto simili possono non produrre necessariamente la stessa curva glicemica.

In una persona con diabete, naturalmente, queste osservazioni non sostituiscono mai la terapia prescritta né giustificano modificazioni autonome dei farmaci o dell’insulina.

Possono però insegnarci qualcosa di importante:

il metabolismo risponde alla persona nel suo insieme e al contesto nel quale quella persona sta vivendo.

Una visione integrata del benessere

Imparare ad ascoltare il corpo significa considerare la persona nella sua complessità: alimentazione, sonno, movimento, risposta allo stress, salute intestinale e percezione degli stimoli ambientali interagiscono continuamente.

È in questa visione integrata che, nella mia pratica professionale, inserisco anche la Biorisonanza BICOM, come approccio complementare all’interno di un percorso personalizzato di benessere, senza sostituire la valutazione clinica, le terapie prescritte o gli interventi nutrizionali basati sulle evidenze.

Scopri come integro la Biorisonanza BICOM nel mio approccio professionale.

La resilienza comincia anche dall’ascolto

La ricerca più recente sta ampliando ulteriormente questa prospettiva.

Una review pubblicata nel 2025 su Nature Medicine descrive la resilienza come una capacità dinamica influenzata contemporaneamente da dimensioni biologiche, psicologiche, sociali e ambientali. Nello stesso lavoro viene evidenziato il collegamento tra allostasi e interocezione, cioè la capacità del cervello di percepire e contribuire a regolare gli stati interni dell’organismo in relazione alle richieste ambientali. 

Questo concetto modifica profondamente il modo in cui possiamo pensare alla prevenzione.

Non dobbiamo aspettare necessariamente che il corpo “si fermi” per prendercene cura.

Possiamo imparare a riconoscere prima ciò che sta cambiando.

Un piccolo esercizio per settembre

Durante questa fase di ripresa possiamo dedicare pochi minuti, una o due volte durante la giornata, a osservare cinque aspetti:

Come sto respirando?

Ho realmente fame o sto cercando una gratificazione dopo una situazione impegnativa?

Quanto mi sento stanco rispetto al mio livello abituale?

Sto percependo caldo, sete o bisogno di una pausa?

Il ritmo che sto mantenendo è coerente con ciò che il mio corpo mi sta comunicando?

Non occorre attribuire immediatamente un significato a ogni sensazione.

Il primo passo è semplicemente accorgersene.

Perché la consapevolezza corporea non dovrebbe diventare un’altra prestazione da aggiungere alla giornata.

Dovrebbe aiutarci, al contrario, a scegliere meglio.

Dall’ascolto alla coerenza

Settembre può allora diventare qualcosa di diverso dal semplice ritorno alla normalità.

Può essere un’occasione per costruire una nuova normalità.

Una normalità nella quale non chiediamo continuamente al corpo di adeguarsi alle nostre decisioni, ma impariamo anche a modificare le nostre decisioni sulla base dei segnali che riceviamo.

La resilienza non consiste nel non sentire la fatica. Consiste anche nella capacità di riconoscere il cambiamento, adattare la risposta e recuperare.

Ed è qui che ascolto del corpo e prevenzione iniziano a incontrarsi.

Nel prossimo approfondimento

Ascoltare, però, non è sufficiente.

Possiamo riconoscere perfettamente che siamo stanchi, affamati, sovrastimolati o che abbiamo dormito poco e continuare comunque a comportarci nello stesso modo.

Nel prossimo articolo faremo quindi un passo ulteriore:

che cosa accade quando ciò che facciamo è — o non è — coerente con ciò che il nostro organismo ci sta comunicando?

Parleremo di comportamenti coerenti, ritmi biologici e salute, per comprendere perché alimentazione, sonno, movimento, gestione degli stimoli e salute intestinale non siano elementi separati, ma parti interconnesse della nostra capacità di adattamento. Anche il microbiota dialoga continuamente con questo sistema attraverso l’asse microbiota-intestino-cervello.

Paesaggio ai piedi del Gran Sasso a settembre, tra nuvole, cielo e praterie montane

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La natura non rimane immobile per mantenere il proprio equilibrio: cambia continuamente. Anche il nostro organismo si adatta, momento dopo momento, alle condizioni dell’ambiente.